Scienza e religione
Pensieri in liberta'; e l'etica?

Una premessa. C'e' chi a questo argomento ha dedicato libri. Io provero' a dire, anzi a ricordare, cose semplicissime che altri hanno detto senz'altro molto meglio di me.
Innanzi tutto: sono ambiti diversi.
La scienza e' per sua natura sperimentale e dagli esperimenti trae validazione. Inoltre e' predittiva (che e' la cosa che serve di piu' ai fini pratici). La religione, al contrario, non ha evidenze sperimentali, e' rivelata, e cosi' come e' data va presa; non puo' essere discussa. Le sue verita' sono dogmi. Ora provo solo a fare qualche considerazione, molto ovvia, e da non professionista, appunto, dell'argomento.

(i) Perche' il dialogo e' talvolta difficile. Perche' la fede, base di ogni religione, implica la profonda coscienza di essere nel giusto, anzi, nel vero. La chiesa, diceva Paolo VI, quando prende coscienza di se' diventa missionaria. Ogni religione e' missionaria. Cioe': e' talmente convinta di possedere la verita' che non puo' non darsi da fare per trasmetterla a chi non ce l'ha. Tenersela per se' sarebbe quasi un reato. La tolleranza e' venuta quando si e' formata una societa' civile (e laica) matura. Cosa che manca nel mondo islamico, per esempio. Speriamo che, un po' piu' velocemente rispetto a noi, facciano lo stesso percorso e che si arrivi alla tolleranza. Che, pero', nasconde solo un poco la certezza di possedere il vero. In questo senso puo' essere quasi sinonimo di commiserazione (nei confronti di chi non ha fede). Dice Beendetto XVI, nel discorso che doveva pronunciare alla Universita' La Sapienza di Roma: "...i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il 'sì' alla verità". Immagino: la fede cattolica. Ho riletto la frase piu' volte, ma mi sfugge la concatenazione logica. E comunque si parte sempre dallo stesso principio. Qui c'e' la verita' e questo e' vero e io lo garantisco. E garantisco anche che chi non ci crede sbaglia. Non c'e' un'altra verita'. Extra Ecclesiam nulla salus.
Quindi: Iniziare un dialogo quando uno dei due non puo' ammettere di poter sbagliare, non e' un buon inizio. E l'uomo di scienza non e' altretanto presuntuoso? Forse, ma le sue verita' sono legate a riscontri. Non si sogna di dire che bisogna credere a qualcosa perche' qualcuno glielo ha detto. Il suo scopo e' quello di trovare risposte, spiegazioni sempre piu' ampie. Non di vedere se le risposte concordano con un assunto. Questo e(ra) il compito del S.Uffizio.

(ii) Quando mi e' capitato di incontrare, insieme, persone di religioni diverse, ho spesso pensato come sia buffo costatare che ognuno pensi di essere nel giusto e che l'altro sbagli. E' chiaro che non possono aver ragione tutti insieme. Ognuno non puo' non ammettere che si possa sbagliare, ma solo se riferito agli altri. Quando poi si fa notare che i ruoli avrebbero potuto essere invertiti supponendo semplicemente che ognuno fosse cresciuto in un contesto religioso diverso, allora il non poter manifestare nemmeno una perplessita', mi ha sempre lasciato perplesso. A proposito del contesto che poteva essere diverso: mi viene in mente l'imprinting (quello di Konrad Lorenz). L'inprinting culturale e' potentissimo. E spiega perche' ci siano pochi cristiani figli di musulmani e viceversa.

(iii) All'inizio l'uomo non era capace di spiegare quasi nulla della natura dei fenomeni che lo circondavano. Tutto rientrava nel campo della religione o della filosofia. Poi la scienza ha iniziato a farsi strada. Alcune tappe di questa marcia sono state problematiche: vedi Galileo, Darwin...
Ognuno e' libero di pensare come crede, pero' la scienza puo' mettere, in un certo senso, dei paletti. Una corrente di pensiero del secolo scorso, il vitalismo, riconosceva alla vita alcune proprieta' che il mondo inanimato non avrebbe mai potuto spiegare. Poi il tedesco Friederich Wohler sintetizzo' per la prima volta (1828) in laboratorio una sostanza organica: l'urea che, secondo il vitalismo, solo un vivente avrebbe potuto produrre. Fu l'inizio della fine del vitalismo.
La neurobiologia e' agli inizi. Quello che ci riserva, penso, sconvolgera' non poco il nostro modo di pensare al nostro pensiero.

(iv) Si e' gia' accennato piu' volte al "disegno intelligente" e al suo contrario: alla aleatorieta' insita nella evoluzione. Il problema e' che il disegno intelligente non e' riscontrabile, sperimentabile. Non e' scienza. Rientra nella liberta' che ha ognuno di credere quello che vuole. Puo' essere insegnato in un contesto religioso, non in quello scientifico (vedi recenti vicende in USA).

(v) E se applicassimo i concetti della selezione naturale al modo di pensare e alla religione? Come la socialita' negli insetti, la religione e' comparsa in forme diverse ed indipendenti in varie parti del mondo. Segno evidente di un vantaggio evolutivo notevole. Devono percio' esserci delle ragioni, non difficili da intuire se si pensa alla coesione sociale che in genere accompagna ogni religione.
Cosa impensabile fino a non molto tempo fa, D.S.Wilson, l'autore di "Evolution for everyone" ha avuto di recente dei fondi per un progetto di ricerca in questo campo!

E l'etica?

L'assenza di una religione viene visto con timore da alcuni perche' pensano che l'unico fondamento dell'etica possa essere la religione. Quindi, senza religione non c'e' etica (degrado del viver civile ecc.). La risposta a questa obiezione mi sembra molto molto ben impostata nell'articolo di Edoardo Boncinelli pubblicato dal CORRIERE DELLA SERA il giorno 29-1-2008.

N.B. Non sono riuscito a contattare ne' Boncinelli ne' il CORRIERE DELLA SERA per i permessi del caso... (quindi la cosa e' eticamente discutibile)

Articolo: "Torna il sacro e sfida l'Illuminismo" di E. Boncinelli.

La religione, al pari di tutte le convinzioni parareligiose, rassicura e deresponsabiizza, e non saprei dire quale dei due aspetti sia piu' ben accetto agli individui che la professano. Se l'aspetto della rassicurazione non ci deve riguardare piu' di tanto, e' sull'aspetto della deresponsabilizzazione che la modernita' ha qualcosa da dire.

Uno dei primi compiti delle religioni è stato quello di spiegare l'origine e la natura del mondo. Dal punto di vista conoscitivo e razionale questo non sembra avere oggi piu’ molta importanza, mentre sul versante emotivo sembra avere ancora grande presa su molti, che appaiono dirsi: “Dio pensa a me, quindi non sono solo e abbandonato”. Per chi ci crede, cio’ ha un grande significato, perché da’ un senso complessivo alla vita e alla morte e fornisce una speranza per cio' che potra' accadere dopo la vita terrena. C'è una lieve sfumatura di deresponsabilizzazione in tutto questo, ma non la vedo eccessiva e non me la sentirei di insidiare tale convinzione a qualcuno che ce l'ha, se davvero ce l’ha. Si tratta comunque di una faccenda privata.

A metà strada fra la sfera privata e quella pubblica si trova invece la vocazione etica della religione; di tutte le religioni, ma soprattutto di quella cattolica che ci riguarda piu' da vicino. Ciascuno si deve comportare bene per far piacere a Dio e per non incorrere nella sua ira. Questa semplice affermazione ha a sua volta due risvolti: l'assunzione implicita che sotto questa spinta gli esseri umani si comportino meglio e la delega che viene cosi’ conferita ai ministri di culto perché accertino e comunichino quale sia il comportamento etico giusto da tenere in ogni circostanza.

La prima assunzione è molto probabilmente priva di fondamento: non c'è nessuna evidenza statistica che un credente si comporti in media meglio di un non credente. A noi oggi non piace poi, come non piaceva a Kant e ad altri filosofi di quei tempi, l'idea che un essere umano si comporti bene perche’ deve e per paura di un castigo. Questo e’ uno dei motivi di piu’ acuto contrasto tra il pensiero laico e quello religioso. Lo spirito laico richiederebbe una libera scelta individuale e un comportamento retto anche se maturato in un clima di autonomia interiore.

A maggior ragione non ci piace la delega per l'etica che il clero si e’ attribuito. Nessuno puo’ legiferare per nessuno in tema di morale. Non ci deve essere un'etica individuale quindi? Non scherziamo! La messa a fuoco di un'etica individuale e’ importate per il pensiero laico quanto e piu’ che per il magistero cattolico, anche se, rispetto alle posizioni del secondo, il primo auspica una maggiore attenzione al caso singolo e alle istanze dell'individuo e una minore rigidita’. Su questo tema si e’ scritto tanto e io stesso ne ho parlato nel mio libro Il male (Mondadori 2007).

Il fatto e’ che una volta che un'autorita’ si arroga il diritto di legiferare sul tema del retto comportamento, e’ facile per essa passare dalle questioni di morale individuale a quelle che definirei di etica sociale. E qui si entra decisamente nella sfera del pubblico, con l'aspetto dell'etica sociale appunto, del quale tanto si parla in questo momento, con l'argomento del valore di coesione sociale della fede, e con la propensione piu’ o meno dissimulata per l'instaurazione di una sorta di teocrazia.

Brevemente, se non si vede quale diritto abbia il clero di decidere sui temi della morale individuale, ancora meno si pur accettare che si detti legge in tema di etica sociale. In secondo luogo, l'appartenenza a una stessa fede poteva essere uno stimolo alla coesione sociale in una societa’ caratterizzata da una sola confessione, ma diviene elemento di destabilizzazione, se non di aperto conflitto, in una d societa’ transnazionale che ospita fedi diverse, inclusa l'assenza di una fede dichiarata.

Che dire, infine, dei continui tentativi di far assumere alla fede in una confessione la veste di un'appartenenza e di una militanza politica? Davanti alla presente offensiva del pensiero cattolico per la riconquista delle posizioni perdute, e’ quindi piu’ che legittimo che chi si sente legato all'ideale di una società laica metta in atto una controffensiva di argomentazioni e di messe in guardia, anche se non ci si puo’ attendere da quest'azione piu’ di quanto essa possa dare, atteso che quella di fare proseliti non e’ mai stata una vocazione laica, mentre e’, e dichiaratamente, una vocazione fondamentale dell'anima cattolica.

C' e’ un ultimo aspetto. E’ di moda oggi esultare, anche da parte di autori considerati laici, per un certo recente “ritorno del sacro”. Non so bene di cosa si parli e di che cosa dovremmo esultare: il senso del sacro vive di ignoranza, di paure e di oscure minacce, confina con la superstizione e dispone al fatalismo e al fanatismo. Se c' e’ veramente questo ritorno del sacro, significa che l'Occidente tenta di rientrare in quello stato di minorita’ dal quale l'llluminismo, secondo Kant, l'aveva a suo tempo affrancato.

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